A voi maledetti fascisti

Premetto che non mi rivolgo ad alcuni miei amici che sono dichiaratamente di destra, dato che possiedono comunque un cervello (altrimenti non sarebbero miei amici, dato che non sopporterei mai la compagnia di un decerebrato), ma ad alcune persone che sono costretta a frequentare e che ultimamente mi stanno davvero facendo venire la saliva amara dalla voglia di insultarli.
 
Una marea di universitari.
Una marea di ragazzi uniti, dal viso pulito, la giovinezza che scuote il loro petto, intenti ad agitare braccia, a muoversi, a gridare il loro diritto di studiare, il loro diritto di informarsi, il loro diritto di frequentare le università, un diritto che ad alla maggior parte di loro, la parte meno benestante, di cui faccio parte ANCHE IO, verrà NEGATO.
Tagli ai finanziamenti. Tagli, tagli, tagli.
Maestro unico alle elementari: frammentaria educazione, sempre la stessa faccia sette giorni su sette, 365 giorni all’anno, per cinque anni, un insegnante che, preparato secondo le vigenti modalità, così specializzate in una sola materia, risultato: insegna matematica ma non sa usare il congiuntivo, o insegna benissimo l’italiano ma manco conosce il Teorema di Pitagora.
Il grembiule alle medie? Le divise alle superiori? Specchietti per le allodole, per far passare inosservato un provvedimento ben più abominevole e in procinto di verificarsi.
Tagli ai finanziamenti. Tagli, tagli, tagli.
Permesso alle università di PRIVATIZZARSI, facendo arrivare le tasse alle STELLE.
Se prima ero in dubbio fra le università di Bologna o di Venezia, almeno non devo più pormi il problema: manco potrò permettermi di proseguire gli studi.
Finirò a fare la cassiera in un supermercato, mentre alcuni compagni benestanti (di altri licei) mi faranno ciao con la manina da un’auto blu, ricordando quando io li stracciavo in tutte le materie.
Universitari dunque, armati dei loro ideali, un urlo di dolore, sedato da manganelli della polizia.
Sessantotto?
No, duemilaeotto.
Plexiglas gli scudi, caschi sulle ignobili teste, come se i poveracci che protestano fossero orrendi teppisti armati di pistole.
Poche parole, nella mia mente, offuscata dalla commozione, con le lacrime agli occhi.
ORGOGLIO E VERGOGNA.
Parole che mi sento dire, rivolte agli studenti. "che coglioni"
Cedo, il mio volto subisce una contrazione disgustata. Ho capito bene?
Ho sentito bene quello che… che…?
Sì, non sono sorda, non ho travisato tutto.
LORO (loro saprebbero che mi riferisco alla loro persona, parlo dei sopracitati FASCISTI) credono di avere il sapere in mano.
Loro non si pongono il problema che se si combatte lo si fa per una causa. Loro leggono i giornali, loro, quando anche mia nonna sa che ai giornali non si deve dare retta. Loro sono i più intelligenti, loro.
Loro.
Loro.
Loro.
IO MI VERGOGNO DI LORO.
Mi fa male l’idea che possano pensarla così.
Mi fa male l’idea che così penserebbero di me se io fossi lì a protestare.
Che non sarebbero dalla mia parte.
Non sfiora,  A LORO, l’idea che magari non sanno ogni cosa. Non si fermano mai a pensare "ma non è che magari se perfino quelli del nostro partito dicono così, è perché effettivamente c’è un senso e potrei non avere ragione?"
No, non si mettono in dubbio, LORO, mai.
Tutti noi siamo cacca secca sotto le loro scarpe di VECCHI IGNORANTI FASCISTI.
A cui voglio bene.
È brutto non poter stimare la gente che ami.
 
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Informazioni su Artemis

Vent'anni circa, sarda, studia giapponese a Bologna. Coltiva parecchi hobbies, fra cui il disegno, i manga, gli anime, la scrittura e la cucina. Il suo sogno è andare in Giappone.
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